Kito, fenomeno incompreso ed incomprensibile di Farmington Hills. Cronaca di un divorzio annunciato
per la sua altezza, capace di essere d’impatto anche in post basso con il suo letale gancio destro.” Superfluo sottolineare come l’atleta visto a Sassari in questi due mesi sia stato esattamente il contrario di quello descritto poco sopra. Scelta sbagliata? Referenze inattendibili dagli USA? Problemi di ambientamento? Forse un po’ di tutto.
All’indomani della definizione del rapporto contrattuale con l’atleta alcune perplessità vengono fin da subito manifestate (le sottolineammo anche in questo spazio pur convinti delle potenzialità del giocatore). Il ragazzo è molto giovane (23 anni), sottodimensionato fisicamente, alla prima esperienza europea, gioca in
un ruolo in cui è tradizionalmente più complesso adattarsi nel passaggio dal basket americano a quello europeo. Ma, soprattutto, Kito è uno di quei giocatori strappati alla NBA: il suo contratto prevede infatti una “escape”, ovvero una clausola che gli consente di tornare ad Atlanta (scelto dagli Hawks al secondo giro) al termine del lockout.
Firmato ad agosto inoltrato, Kito arriva a Sassari più tardi rispetto all’inizio del raduno. D’accordo con la società il suo arrivo slitta agli ultimi giorni di agosto (ancor più tardi sarebbe arrivato Quinton Hosley), per permettere al ragazzo di preparare al meglio il suo cambiamento di vita. Overseas, dicono in america. Al suo arrivo appare subito spaesato, timido, taciturno. Sbaglia esercizi elementari. Non può entusiasmare nessuno, perché è l’entusiasmo a mancare in lui. Ma questo appare inizialmente comprensibile, specie quando per la prima volta si è lontani da casa e nello specifico si passa dagli Stati Uniti ad una piccola città oltreoceano, come Sassari. E’ evidente che il ragazzo necessita di un percorso guidato di ambientamento, se così lo possiamo definire. Appare banale dire che tutti i giocatori, prima di essere tali, sono anzitutto delle persone e di conseguenza per esprimersi al meglio nel proprio lavoro necessitano di trovarsi a loro agio nell’ambiente circostante. A maggior ragione per un giocatore come Benson. La timidezza di Kito è tuttavia guardata con diffidenza: sarà timido, si dice, ma i dollari se li prenderà anche lui, senza neanche così tanta timidezza. Vero.
Passano i giorni e neanche l’arrivo di Quinton Hosley sembra smuovere Kito. In squadra non lega con nessuno, non parla con nessuno, non dialoga con gli allenatori, insoddisfatti sempre più oltre che dalle sue scarse prestazioni anche dal suo atteggiamento remissivo, spento. Dall’esterno sembra che i compagni abbiano già rinunciato ai (vani) tentativi di inserire il giocatore nel gruppo, quel gruppo che lo scorso anno aveva raggiunto i playoff scudetto partendo dalla sesta posizione. Intanto deludono tutte le partite di precampionato di Benson.
Inizia il campionato e continuano le partite deludenti di Kito. La sua inadeguatezza tecnica è palese. Appare anche impaurito, i colleghi non si fidano di passargli il pallone perché le poche volte che lo riceve non sa cosa farne. Ecco che cominciano a circolare nei giornali le voci di un possibile taglio. Di fronte a ciò la società non dimostra più di voler difendere il pivot, anzi forse intende far sì che tali indiscrezioni possano incentivarlo a darsi una svegliata. L’effetto sarà quello contrario, e Benson apparirà ancora più sottotono. Nel momento in cui la società non ha strenuamente difeso il suo giocatore, si è capito che la fiducia in lui era ormai pochissima. “Non credete a tutto quello che si legge su internet”, così si sfoga il giocatore su Twitter, e ancora “si dicono falsità, la verità verrà fuori”. Anche il grande allenatore Meo Sacchetti, riconosciuto come uno capace di tirar fuori il meglio dai suoi giocatori e di instaurare dei profondi rapporti umani con gli stessi, non sembra in grado di capire a fondo il giocatore e, soprattutto, la persona. “E’ difficile capire quello che pensa” – dichiarerà l’allenatore.
Quando le voci di taglio si fanno sempre più insistenti, arriva il primo vero atto di difesa della società nei confronti di Kito, con una smentita relativa al fatto che il giocatore sia stato già tagliato. Anche se il rapporto con il giocatore non si è ancora effettivamente concluso, la smentita appare quasi inopportuna, perché il giorno dopo verrà firmato un contratto di prova con un altro pivot, Steven Hunter, destinato a rimpiazzare in squadra lo stesso Benson. La società arriva a mettere di fronte i due giocatori, che si affrontano in allenamento in interessanti 1 vs 1, caratterizzati manco a dirlo dalla solita leggerezza di Kito, probabilmente sempre più colpito dalla situazione che a 23 anni lo vede catapultato in una realtà fin’ora sconosciuta senza più la fiducia dell’ambiente, persa però a causa anche (e soprattutto) del suo atteggiamento. I compagni, a differenza di quanto era avvenuto con Benson, dimostrano di poter legare immediatamente con il nuovo arrivo Steven Hunter e di inserirlo facilmente nel gruppo, data anche la disponibilità del giocatore. Hunter ha 30 anni, è esperto e subito dimostra una grande curiosità di conoscere l’ambiente. La decisione sembra ormai presa: Hunter rimpiazzerà Benson, con buona pace del buon Kito che tornerà negli States con un’esperienza in più.
Arriviamo così ai giorni più recenti, quando i giornali esclamano “La Dinamo ha scelto Hunter” e il giovane rookie viene impietosamente classificato fra i “bidoni” o le “meteore” storiche della Dinamo Sassari. L’ultima sua partita in maglia bianco–blu è quella contro la capolista EA7-Emporio Armani Milano, occasione nella quale regalerà una prestazione degna di un -1 di valutazione complessiva. Per la prima volta piove anche qualche fischio del pubblico verso il giocatore, incapace di difendere contro i pari ruolo ma anche di andare a canestro. E’ l’ultima immagine di Benson al PalaSerradimigni, abbattuto e seduto in panchina per 30’. Sì, per Kito è finita. Sembra quasi strano, se si pensa che un giocatore stimato enormemente dagli scout NBA, avrebbe potuto trovare in questa sua prima esperienza europea una grande opportunità di crescita tecnica e caratteriale e non invece un incubo: se solo ci fosse stata una maggiore predisposizione al confronto e non fosse mancata quella cattiveria agonistica che in un campionato duro come quello italiano non può in alcun modo mancare.
Il direttore sportivo chiarirà in conferenza stampa che la decisione di prendere strade diverse è bilaterale, dal momento che il giocatore non è mai riuscito ad ambientarsi e lo staff non può essere soddisfatto dei tempi tecnici necessari per far arrivare il giocatore al livello tecnico atteso. Il tempo è denaro, ancor più nel mondo professionistico attuale: e per la Dinamo, forse, erano in via di esaurimento sia il tempo che il denaro (da investire quindi di fronte alle opportunità stringenti di un mercato caratterizzato dal lockout e dove non si poteva più sbagliare).
La speranza è che Benson possa trovare la sua dimensione in America, specie nella NBA, il suo sogno, il suo posto. “No place like home” dirà appena tornato a casa, e come dargli torto. Ma per lui forse vale anche “No place like NBA”. Una conferma ufficiale nel roster di Atlanta potrebbe davvero far dimenticare a questo ragazzo l’amara esperienza europea e restituire al suo animo un sorriso che fino ad oggi appare sconosciuto. E allora in bocca al lupo Kito, good luck man!
SoloDinamo Says:
l’unica cosa che posso dire è questa. A me Benson è parso tutto fuorchè un giocatore di basket, a Cremona ero dietro la panchina e nell’intervallo ho detto a due dirigenti di Sassari che conosco bene, di farmi un piacere: “tagliatelo”. Meno male che poi mi hanno accontentato usando l’NBA escape; certo che un UFO di queste dimensioni si vede raramente in giro…